La nostra collaborazione con Andrea Savazzi iniziò molti anni fa, quando, esaminando le opere dei vincitori di un importante premio nazionale, i nostri occhi e i nostri cuori furono totalmente catturati dalle sue tele. Dal primo istante, abbiamo percepito che si trattava di un artista capace, con i suoi dipinti, di tirare fuori la voce silenziosa dei luoghi e rievocare sensazioni dalla nostra memoria.
La sua ricerca artistica nasce spontaneamente, per le strade del mondo, durante i suoi viaggi in sella alla amata Harley: da solo, con amici e, soprattutto, con la moglie Rossella. Le soste dei viaggi sono condizionate dagli avvistamenti dei loro luoghi preferiti: capannoni industriali smantellati, cascine in stato di abbandono, antiche fortezze di pietra in cui la natura, con prepotenza, si riprende i suoi spazi.
Sul campo, inizia la fase fotografica. I principali oggetti della sua attenzione sono le siepi incolte e straripanti, il pupazzo di peluche abbandonato sul pavimento, la perfezione prospettica delle scalinate rovinate dal tempo. Tornato a casa, chiuso nel suo studio e circondato solo dal silenzio delle pianure del cremonese, Savazzi inizia il racconto del pezzo di mondo che ha visto, con il suo mezzo di comunicazione preferito: il pennello.

Cosa evochi in noi la sua pittura, è del tutto soggettivo.
Ciò che sicuramente accade a tutti, è che lo sguardo si perda tra le complessità dei detriti e delle pennellate, richiamando alla memoria immagini e sensazioni. Alcuni rivedono la cascina di famiglia, altri, un luogo frequentato di nascosto durante l’infanzia.
Alcuni mesi fa, un passante rimase fermo per molti minuti di fronte alla nostra vetrina, su cui era esposta l’opera “IN#39 – Il peso del tempo”, prima di riuscire a distaccarne lo sguardo. Affermava che la composizione gli riportasse alla mente la famosa fotografia scattata a Londra subito dopo i bombardamenti Blitz del 1940, la quale mostra tre uomini intenti a cercare dei libri tra le macerie della Biblioteca di Holland House.

L’iconica fotografia fu realizzata per scopi propagandistici ed è oggi emblema di resilienza: nonostante il caos dell’ambiente circostante, gli uomini rimangono concentrati nella loro ricerca, focalizzati sulla conoscenza, a prescindere da ciò che gli accade intorno.
L’accostamento tra la fotografia storica e il dipinto è verosimile non solo per la composizione delle linee del quadro, del tutto casualmente simili alla fotografia, ma anche per la sensazione di bellezza e speranza che si possono scorgere nella brutalità del caos.
IL VUOTO, LA BELLEZZA, IL SILENZIO
Questo è proprio ciò che noi percepiamo fuoriuscire dalle opere di Andrea Savazzi: il degrado si riempie di bellezza commovente, il silenzio avvolge, con cura e dolcezza. Il vuoto riempie di storie antiche, probabilmente nemmeno nostre, ma non troppo distanti dalla realtà quotidiana. Questo silenzio, l’eleganza del vuoto, ci ricorda come, per quanto l’ambiente circostante possa essere inospitale, ciò che conta e fa la differenza è l’essenza, la memoria e la profondità dell’essere.


Le ultimissime opere dell’artista, recentemente arrivate presso la nostra galleria, presentano un dettaglio inedito, ovvero la rappresentazione evidente di un’area del quadro volutamente monocroma, lasciata incompiuta. Questo è effetto di una innovativa sperimentazione, volta a produrre un’accentuata percezione di abbandono e degrado. Si tratta di una fase artistica nuova, momentanea, che, a quanto riportato dall’artista, potrebbe mantenersi, evolvere o sparire nelle future realizzazioni pittoriche.

andrea savazzi
Andrea Savazzi è nato a Casalmaggiore nel 1974.
Nel corso degli anni ha sviluppato una pittura innovativa; la sua è una continua ricerca radicata sullo studio delle tecniche pittoriche del passato.
“Il modo di fare di Andrea Savazzi è l’elaborazione pittorica di un’immagine preesistente presa da un vecchio quadro, da una fotografia, da immagini di fatti eclatanti da noi già visti e memorizzati. Li dipinge con colori che rappresentano la realtà, ma sembrano sciogliersi, disfarsi, una non messa a fuoco, una sorta di disturbo ottico.
Sono rappresentazioni del già visto, del già vissuto, eseguite come se fosse un lento disfarsi dell’immagine.
Nelle sue elaborazioni pittoriche il linguaggio è poetico, con, a volte, un approccio ironico e grottesco.
All’apparenza le immagini sembrano non nitide, occorre un istante, il tempo di strizzare gli occhi e l’immagine cambia.
L’artista ci propone il vero, il già visto, è poetico nel descrivere le periferie urbane industrializzate; se ne percepiscono la corrosione, l’inquinamento, il degrado.”
(Sauro Poli)


