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Elias Naman, scultore dell’anima

Testo di Elisabetta Maria Elena Buttiglione

Non è facile di primo acchito penetrare nel mondo sublime e melanconico dello scultore Elias Naman, sebbene lo stile figurativo – di per sé esplicito e di più facile interpretazione rispetto all’astratto- assieme ai titoli delle opere volutamente richiamanti i capolavori della lirica (altra grande passione dell’artista), ci vengano in aiuto.

Elias Naman è un taciturno, una di quelle persone che, per comunicare, alla parola preferisce l’espressione, il corpo, lo scalpello e, come spesso accade con chi è tendenzialmente schivo del mondo reale, internamente custodisce un mondo interiore fertile e aggrovigliato, dove si annidano pulsioni ancestrali (soprattutto il dualismo maschile-femminile), che esplodono poi nel marmo lavorato delle sue sculture.

In una parola (una sola, forse banale, ma assolutamente necessaria per spiegare la poetica artistica di Elias): emozioni.

Emozioni che sprigionano dal marmo, nelle espressioni di un volto, in una bocca semi-aperta, nella tensione muscolare di un braccio, in uno sguardo che vaga, lontano.

Nel percorso di trasformazione -spesso doloroso- che stilisticamente ogni artista deve percorrere, negli anni Elias ha maturato la coscienza della propria abilità tecnica, tecnica qui intesa nell’accezione greca del termine, (techne = arte collegato alla poiesis, ovvero alla produzione, che rimanda ad una radice indoeuropea, tek = tessere). Ovvero, l’abilità di fare arte, intesa come mezzo per trasmettere emozioni al fruitore.

Se l’artista ha iniziato il suo cammino con grandi sculture ritraenti per lo più un uomo e una donna (dualismo), con i corpi interi e spesso sfumati dal non-finito michelangiolesco, mano a mano ha svolto un lavoro di alleggerimento e di focalizzazione sui sentimenti: le grandi sculture sono diventati frammenti, di forma irregolare, i corpi sono diventati pezzi di corpo, dettagli, ingrandimenti, e la texture è diventata nitida, come a voler cogliere e riflettere tutta la potenza della luce sul marmo bianco cristallino.

Testo di Elisabetta Maria Elena Buttiglione