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Emily Bartlett: The circle

Testo critico della mostra di Emily Bartlett a cura di Annalisa Ramos

Artista in mostra: Emily Bartlett

Il lavoro di Emily Bartlett elude la rappresentazione letterale del mondo visibile per ancorarsi profondamente al vissuto personale. Luoghi, relazioni, dialoghi ed emozioni plasmano l’identità dell’artista: un bagaglio esperienziale che confluisce inevitabilmente sulla tela, traducendosi in un codice visivo inedito. Emerge così l’urgenza di dare voce a una dimensione interiore, che rinuncia alla convenzionale mimesi della realtà oggettiva per come la conosciamo.


Fedeli da sempre a una cifra aniconica, le opere di Emily Bartlett testimoniano una naturale evoluzione cronologica. Fin dagli esordi, la ricerca dell’artista si spinge oltre il figurativo attraverso processi di semplificazione, distorsione e scomposizione che oltrepassano la riconoscibilità formale per metterne a nudo l’essenza emotiva. L’indagine supera così la tendenza umana a soffermarsi sulla superficie fenomenica delle cose, per rivelare la dimensione intima insita in ogni elemento manifesto. Bartlett traduce questa polarità in un linguaggio astratto, dove l’accostamento di forme e colori, svincolato dalla rappresentazione oggettiva, dialoga direttamente con la sfera dell’inconscio e del sentimento.

Le radici di Emily Bartlett affondano nella campagna inglese del Dorset, dove è nata e cresciuta.

A soli diciotto anni, mossa da legami affettivi, sceglie di trasferirsi a Genova: una permanenza di sei anni che segnerà una tappa fondamentale della sua crescita personale e artistica. Questa esperienza ha determinato un capitolo importante e un legame indissolubile con la città, che oggi torna a essere protagonista del suo percorso con la mostra personale “Emily Bartlett: The circle”, ideale prosecuzione di un ciclo iniziato molti anni fa. Per una giovane artista, il passaggio dalla tranquilla vita di campagna al dinamismo di una vivace città italiana si rivela impegnativo e stimolante; un cambiamento che influenza il modo di percepire la bellezza, l’architettura, l’esperienza del mare, i ritmi biologici e radica in lei un profondo apprezzamento per l’artigianato.

Le stesse barriere linguistiche diventano un ostacolo che Bartlett trasforma nell’esplorazione di codici comunicativi alternativi, orientati all’osservazione, al linguaggio del corpo e all’espressione visiva, elementi che si fondono indissolubilmente nelle sue composizioni pittoriche. Il tempo trascorso a Genova rimane un tema visivo permanente nelle sue opere contemporanee: ogni frammento di quel vissuto è ormai parte integrante della sua sensibilità, capace di plasmare il rapporto con il colore, l’atmosfera e l’emozione.

Prive di elementi figurativi, le tele evocano il dualismo tra l’intensità del sole mediterraneo e la fluidità del mare, restituendo la luce, il calore e l’energia cromatica della costa ligure.


Il motivo del cerchio, ricorrente e centrale nella poetica dell’artista, simboleggia il compimento, la continuità e l’idea che nulla finisca mai veramente, ma semplicemente si trasformi. Per Vasilij Kandinskij, il cerchio era la forma geometrica più spirituale e perfetta: rappresentava il cosmo e l’infinito, una sintesi di armonia in cui le opposizioni si conciliano, unendo l’impulso verso l’esterno e quello verso l’interno in un unico equilibrio.

Questa filosofia del ciclo vitale influenza non solo l’immaginario delle opere di Bartlett, ma anche il suo stesso metodo di lavoro: ogni dipinto attraversa innumerevoli fasi di costruzione e distruzione. Sotto la superficie visibile si celano frammenti di appunti di diario scritti a mano che rimangono permanentemente nascosti; non sono destinati a essere letti, ma diventano parte integrante della memoria della tela. Ogni opera si trasforma così in un’opportunità per affinare, mettere in discussione e superare ciò che è venuto prima. Il cerchio, infine, è la sua firma d’artista: ogni quadro si conclude con questa forma dipinta a mano, che funge da sigillo di completamento, quasi come un punto alla fine di una frase, a significare che l’opera ha raggiunto il termine del suo percorso.

mostra di emily bartlett
Tramite un processo che si potrebbe definire meditativo, la ricerca di Emily Bartlett si basa sullo sviluppo di un dialogo tra ciò che è intenzionale e ciò che è casuale: il fulcro è la fiducia e l’accettazione dell’imprevisto come fonte di bellezza.

L’impulso creativo non è predeterminato da un’idea, ma sembra riaffiorare naturalmente, portando alla luce il legame umano, la memoria, la trasformazione e il modo in cui ogni esperienza lascia un segno in noi. Questi temi ricompaiono continuamente nel suo lavoro in maniera del tutto spontanea e inconscia.

La pratica pittorica si configura così come un percorso stratificato, che trae origine da una condizione programmata di caos geometrico e cromatico. Attraverso l’accumulazione di materia, segni e texture, la superficie diventa il terreno di un’interazione dialettica tra l’autrice e la tela emergente. Una tela bianca che non spaventa mai. Semmai, sembra piena di possibilità. Gli strati pittorici vengono sovrapposti, occultati, rimossi e riscoperti.

L’atto creativo non si limita alla stesura del pigmento, ma si estende a una vera e propria decostruzione fisica del supporto: l’utilizzo di spatole, dorsi di pennello e persino l’incisione diretta testimoniano un’indagine viscerale, dove ogni strumento agisce come un prolungamento del sé.
mostra di Emily Bartlett

Questo approccio oscilla costantemente tra l’impeto del gesto e il rigore dell’osservazione. L’affaticamento percettivo, descritto come una temporanea perdita di oggettività nei confronti del quadro, viene arginato dall’artista attraverso strategie di straniamento. Bartlett si avvale infatti della fotografia digitale per allontanarsi visivamente dall’opera e guardarla con neutralità; risponde alla stessa esigenza di distacco la rotazione fisica della tela, una pratica metodica mirata a scardinare i punti di riferimento abituali per valutare il dipinto con occhi nuovi. È proprio in questa continua oscillazione tra l’azione ravvicinata e il distanziamento critico che l’opera rivela la propria compiutezza.


Il processo pittorico di Emily Bartlett si configura, dunque, come una forma di indagine interiore: l’opera svela all’artista dinamiche emotive inconsce, elevando l’atto creativo a strumento fondamentale di introspezione. A lavoro ultimato, lo sguardo di Bartlett si fa esterno, quasi si trovasse dinanzi alla tela per la prima volta. Rifiutando di imporre risposte o messaggi rigidi, l’autrice crea spazi aperti in cui gli spettatori possono proiettare la propria sensibilità, sposando l’intuizione duchampiana secondo cui è chi osserva a completare l’atto creativo.

Il dipinto prende davvero vita solo quando genera connessioni intime e impreviste con il fruitore. In una perfetta declinazione artistica della tesi di Roland Barthes sull’emancipazione dell’opera dal suo creatore, l’artista si ritira per lasciare spazio all’osservatore. La percezione che la tela non le appartenga più interamente decreta la fine del percorso: da quel momento il dipinto vive nello sguardo del pubblico, trasformandosi in un territorio affrancato dall’intenzione originaria. L’astrazione, priva di elementi didascalici, si rivela la massima espressione di questa libertà.

Testo critico della mostra di Emily Bartlett a cura di Annalisa Ramos