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Il gioco dei soldatini. Paolo Ceribelli

Testo di Cristina Trivellin

..mi sembra che la vita equivalga all’instabilità, allo squilibrio. E’ tuttavia la fissità delle sue forme a renderla possibile… G. Bataille

Talvolta penso che certe opere necessitino meno di altre del supporto di un testo critico e che anzi, quest’ultimo potrebbe fuorviarne il senso. Nel caso di Paolo Ceribelli non siamo di fronte a segni da interpretare o gesti da tradurre. I suoi lavori vanno direttamente al centro del nostro osservare, tra l’ipnotico e il violento, il bello e l’ironico,  il giocoso e il maledettamente serio; si connettono al nostro pensare, alle idee sulla società, il consumismo, la guerra, al disagio che quotidianamente soffochiamo. Allo stesso tempo si infilano nel nostro percepire, stanando dinamiche nuove, adatte al sentire contemporaneo, con intuito,  intelligenza e crescente consapevolezza. Non può sfuggire la maturità e la coerenza di questo artista, la forza e la chiarezza nell’uso del mezzo, ma anche la percorrenza di volute ambiguità, espresse contraddizioni che lasciano aperta ogni lettura.

Paolo ama disegnare e creare da sempre, in costante e mai interrotta attitudine, anche se non segue un iter di studi accademico; ma si sa, i cammini sono molteplici e in fondo, l’avere studiato scienze politiche gioca un ruolo fondamentale nella sua posizione artistica e intellettuale. Dopo diverse sperimentazioni su supporto bidimensionale – prevalentemente collages in cui esprimeva le sue visioni della società globale – dal 2006 inizia a lavorare con i soldatini in plastica. Il tema viene sviluppato e porta alla produzione che osserviamo.

Il gioco dei soldatini, passatempo preferito dai bimbi delle più svariate provenienze sociali, culturali e generazionali, è molto lontano dall’essere innocuo, così come la maggior parte dei giochi di squadra che ancora oggi sono parte della vita dei piccoli e dei grandi. Inutile negare che molti di essi sono caratterizzati da variabili dosi di brutalità. Paolo Ceribelli decuplica e sottolinea queste valenze immergendo le sculturine antropomorfe in bagni monocromatici e facendole assurgere a inconsapevoli protagoniste delle sue opere, massificandole, uniformandole, disponendole sulla tela fino a formare mappe e territori, bandiere e schieramenti, bersagli e campi da gioco. C’è una gestualità nella manipolazione della materia e soprattutto nel disporre i soldatini sulla tela a cui l’artista dà grande importanza, perché in questo “fare” ogni struttura assume un senso e ogni spazialità incarna variazioni di valori. I lavori di Paolo sono plastici, tridimensionali e sconfinano la classica fruizione frontale per poter essere esperiti in visioni da più punti di vista, siano essi colti nel significato ottico che in quello concettuale; interessante, secondo me, la vista dall’alto, a volo d’uccello, indispensabile per comprenderne la costruzione gestaltica e la loro giusta proporzione. Mi piace in questo caso ricordare una delle leggi della Gestalt (guarda caso la legge del destino comune) la quale afferma la tendenza a percepire come appartenenti a un unico oggetto le cose che si muovono insieme, allo stesso tempo e nella stessa direzione: le masse, colte nel loro insieme, assumono un’unica identità. Identità data in questo caso agli eserciti che si muovono e si concentrano sulle tele di Paolo Ceribelli e che variano, di opera in opera, la loro distribuzione e densità. Nelle prime opere i soldatini sono pochi e di maggiore dimensione, come nella serie No tank you, dove compaiono i carri armati e un messaggio del tutto esplicito; in Globe trotters invece si fanno piccolissimi e si infittiscono tanto da coprire la tela e formare mappamondi. Arriviamo a vedere i soldatini con le armi puntate verso un solo obiettivo, come se avessero un’unica possibilità, quella. Vi è infatti un momento della produzione di Ceribelli in cui si percepisce più forte il senso di ineluttabilità, di rotta obbligata e punto di non ritorno, che raggiunge il suo apice nella serie War Time: 17 pezzi di piccole dimensioni, orologi congelati dove in ogni scandito secondo si svolge una differente scena di guerra. Impossibile distogliere lo sguardo e il pensiero. Nei Bersagli si gioca l’ambivalenza nel titolo stesso, ma si esprime anche, sul piano formale e prettamente artistico, il tributo ai celeberrimi Bersagli di Jasper Johns degli anni ’70.

Con le più recenti Spirali si delinea chiaramente il percorso che parte dalla realtà fisica fino ad arrivare all’astrazione catartica nel regno della Forma, dove la denuncia e l’attualità cedono il posto, quasi in dissolvenza, all’arte e all’artisticità, alla ricerca di quest’ultime come centri generatori di altre possibilità ed energie. E poi il colore, straniante, astratto, brillante. Un colore che parte con l’alternanza bianco-nero, passa attraverso la realtà iconografica di stelle e strisce nel caso delle bandiere, fino a diventare sgargiante e monocromatico nelle spirali, quasi ad echeggiare le tonalità cromatiche e plastiche dei Bonalumi o Castellani, dove l’effetto estroflesso è dato dall’ombra dei soldatini sulla tela. Questi ultimi, nell’indistinta e alternata sintesi figura-sfondo, perdono la loro identità nell’entrare in una forma che si allontana dallo schieramento, dalla disposizione massificata. Sono figure archetipiche, disegni rupestri. Irradiazioni. Espansioni. Forme e colori che dialogano in un registro che non dimentica quelli precedenti ma li alleggerisce, creando lo spazio anche all’arte per l’arte, al gioco per il gioco.

Tutta questa ricca e articolata produzione prende avvioda un’opera emblematica: Take me home, portami a casa. Un carrello del supermercato pieno zeppo di soldatini bianchi che, ammassati come la spesa del sabato, chiedono di tornare alla vita, oppure mercenari che scelgono (ma avranno poi altra scelta?) il lavoro sicuro dell’esercito, poi comprati dal potere e portati nel carrello/carroarmato a morire senza conoscere le logiche sottese alla guerra che hanno combattuto. Un moderno Monumento ai Caduti del terzo millennio. Ma nel lato B è pure l’opera a parlare, con la sua didascalia-fumetto inserita nel carrello, a chiedere di essere presa, colta, adottata da qualcuno che la voglia possedere, acquistare, si, come si acquista e si desidera tutto, arte compresa. E allora a cosa porta il desiderio di accumulazione? Ai posteri l’ardua sentenza. Perché Paolo Ceribelli alle risposte e alle retoriche preferisce di gran lunga le domande e il disincanto. Sceglie quello straniamento che lo porta a congelare la facile demagogia in nome di una sintesi che inevitabilmente sposta l’onere delle risposte in chi osa lo sguardo, conscio del fatto che le battaglie, oggi, si conducono su terreni diversi rispetto a quelli battuti dalle generazioni precedenti. Si conducono “da dentro”, non “da fuori”. L’artista, non più isolato ed emarginato da un mondo che accusa ma immerso fino al collo, anch’egli responsabile, ma consapevole. E scusate se è poco.